ISOLA DI CAPO PASSERO - Portopalo 2025
C’è un luogo in Sicilia dove la terra incontra il mare in un abbraccio senza fine.
Lungo la costa più meridionale, - estremo lembo di Europa -, siedo al tavolino del Bar ‘Plaza del Sol’ e i miei occhi osservano un isolotto irregolare dalla forma particolare: è l’Isola di Capo Passero. L’isola è l'estrema punta sud-orientale della Sicilia, spartiacque ideale tra Mar Ionio e Mar Mediterraneo. Giunti in questo luogo di confine è facile lasciare che il vento scompigli i capelli e i pensieri, mentre lo sguardo si sposta oltre l'orizzonte, alla ricerca di un sogno fatto di sole e salsedine. Chi mi ha condotto fin qui ha scardinato ricordi sopiti di letture nascoste nei reconditi meandri della mia mente. Non ho detto nulla, ho semplicemente seguito felice quel filo arcano di memorie e ricordi, consapevole che il silenzio fosse l’antidoto migliore da centellinare con il trascorrere del tempo.
«E non mi fermo ancora. Lì davanti c’è un isolotto, tutto sabbia e fichi d’India, con una torre barocca. Chiedo a uno dei giovani che, come sempre, sono seduti sul muretto: «Mi puoi portare su quell’isola? Come si chiama?». «Isola di Porto Palo!» mi fa, sconcertato, perché forse per lui l’isola non ha nome. Scende verso la barca, e remando lentamente attraversa il piccolo braccio di mare, reso turchino e rosa dalla luce morente. Sbarchiamo sull’isolotto, sotto la torre, e, già quasi nell’ombra tenerissima, odorosissima della notte, faccio il bagno nella più povera e lontana spiaggia d’Italia. »
Pier Paolo Pasolini, tra il giugno e l’agosto del 1959, al volante di una Fiat 1100, in compagnia del fotografo Paolo Di Paolo, racconta con queste parole la sua visione al cospetto dell’isola. Nell’estate del 1959 la rivista ‘Successo’ gli commissiona un reportage che in seguito si trasforma nella realizzazione di un libro che diventerà una delle icone più suggestive di una Italia che stava rapidamente volgendo con grande entusiasmo lo sguardo verso un futuro migliore: “La lunga strada di sabbia”. Gli anni del dopoguerra sono quelli che traghetteranno la nostra nazione al benessere economico ed all’avvento del turismo di massa.
Ore nove e qualche minuto di un giorno di fine settembre, - l’estate ha da poco consegnato il testimone ad un autunno bramato -, nel borgo balneare di Portopalo di Capo Passero incontriamo Alessandra con i suoi due cani. L’estate è ormai un fuoco ridotto a cenere, alcuni avventori ci osservano e iniziano a disquisire sul tempo: leggere sottili nuvole sembrano voler fare capolino. Non ci facciamo caso e, - dopo i classici convenevoli -, ci avviamo verso la spiaggia di Scalo Mandrie. Emilio ci attende vicino agli scogli, saliamo sulla barca e ci dirigiamo verso l’isola. La barca viaggia seguendo onde tranquille, Emilio con la mano sul timone controlla con esperienza. La barca scivola via sul mare.
Case di pescatori diroccate, barche abbandonate, l'imponente “marfaragghiu” desolatamente crollato. Si presenta in questo stato di incuria quello che, per generazioni e generazioni, è stato il cuore pulsante del borgo marinaro. Le tonnare sono un mondo a parte, sono un intreccio di ingegno, tradizione e rispetto per il mare. Hanno il sapore del vissuto, antico e di profonda abnegazione.
Percorriamo il viottolo che ci conduce, - tra palme nane e una vegetazione autoctona - , alla fortezza che si erge maestosa sulla estremità opposta dell’isola: imponente custode di storia. Abbiamo la sensazione di essere trasportati indietro nel tempo. Silenzio e vento. Solo i nostri passi a farci compagnia. Il cielo inizia a scurirsi e le nuvole diventano spesse. Inizia a piovere con minuscole goccioline, acceleriamo prima che grosse gocce d’acqua iniziano a cadere abbondantemente. Siamo al riparo. La fortezza ha una forma quadrata ed è composta da due livelli. Le stanze si affacciano alla corte interna. Il portale di ingresso è sormontato da uno stemma che rappresenta un’ aquila e uno scudo di insegne araldiche. Da lontano scorgiamo i lampi che squarciano il cielo di luce, la sabbia penetra all’interno delle stanze e dei nostri abiti. Incuranti saliamo le scale e ci ritroviamo su una terrazza enorme. Il fiato sospeso ad osservare il meraviglioso panorama. Scorgiamo la terraferma incantati da tanta bellezza. Poi per nostra fortuna l’intensità della pioggia diminuisce e ne approfittiamo per fare ritorno.
"Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei. Bisogna allontanarsi dall'isola per vedere l'isola, e che noi non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi”.
José Saramago – Il racconto dell’isola sconosciuta - 1997